| PERGOLESI
GIOVAN BATTISTA |
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Nato a Jesi il 4 gennaio del 1710,
rivelò presto una particolare disposizione
per la musica. Prese le prime lezioni dal direttore di cappella del
duomo, Francesco
Santi, poi da un tale Francesco Mondini. Quindi, sedicenne, grazie
all'interessamento del marchese Cardolo
Maria Pianetti,
fu ammesso, al Conservatorio
di Poveri
di Gesù Cristo di
Napoli, ove si trasferì e studiò per cinque anni (nei
registri veniva dato presente col nome Jesi). Ancora studente, si
cimentò con
le prime composizioni: due oratori {La morte di San Giuseppe e La conversione di San Gugliemo
d'Aquitania)
ed una Salve Regina. Nel 1731 riuscì
a mettere in scena la sua prima opera, Salustia,
con l'intermezzo L'amor
fa l'uomo cieco. |
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Nel settembre del 1732, dopo aver
fatto rappresentare, ma con scarso
successo,
l'opera seria Recisero, si impose con
Lo frate
nnammurato. Il 28
agosto
dell'anno dopo, al teatro San Bartolomeo di Napoli, andò in scena quel
suo
capolavoro da cui mossero l'opera buffa italiana e l'opera comica
francese: La serva
padrona, due
intermezzi
all'opera in tre atti Il
prigioniero
superbo dello stesso
Pergolesi. Dopo la rappresentazione data nel 1752 a
Parigi (La servante
maitresse:
ripetuta al teatro dell'Opera e alla Comédie
Italiane per ben
190 sere consecutive) nasceva in Francia l'operacomique, che divideva gli spettatori
in due partiti, dei boffonisti
e
degli antibuffonisti. Grazie al
successo de La
serva padrona, il
Pergolesi fu chiamato a Roma per dirigere una sua Messa in San Lorenzo in Lucina. Nella
capitale presentò poi, al
teatro Argentina, anche due sue opere: l'Adriano
in Siria e l'Olimpiade, che però
non ebbero buona accoglienza, specie la seconda: un'arancia,
lanciatagli
contro da uno spettatore, colpì in testa il Pergolesi, che, secondo
l'usanza,
accompagnava al clavicembalo (dopo alcuni anni, l'Olimpiade sarà ammirata e applaudita: oggi è
considerata "la
più perfetta delle opere serie" del Pergolesi). Tornato a Napoli,
Pergolesi rappresentò, questa volta con esito soddisfacente, il Flaminio, dato al teatro Nuovo nell'autunno del 1735.
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Intanto la
sua salute, forse minata da una malattia ereditaria, era peggiorata.
Debilitato
nel fisico dagli attacchi di tisi, dovette rinunciare alla nomina ad
organista
della real cappella presso la Corte napoletana. Continuò comunque a
comporre: sonate, sinfonie, studi, concerti e
concertini per archi, cembalo, flauto, e parecchie cantate (su tutte, la più bella, l'Orfeo). |
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Tra le ariette o canzoni pergolesiane, su tutte si segnalò Tre
giorni son
che Nina....
Bisognoso
di pace e di ristoro, si trasferì a Pozzuoli, in un convento di
francescani. E
a Pozzuoli scrisse per i frati della Confraternita di San Luigi di
Palazzo, che
glielo avevano pagato dieci ducati, la sua più elevata pagina di musica
sacra,
lo Stabat Mater, definito dal Bellini
sublime
poema
di dolore. Morì il
16
marzo del 1736. Ebbe la sepoltura dei poveri nella fossa comune della
cattedrale
di Pozzuoli.
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| Fonte:
Giuseppe
Luconi e Paola
Cocola, Conoscere Jesi -
Guida alla conoscenza delle persone e delle cose, della storia e delle
tradizioni della tua città, 2007. |

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