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FEDERICO II DI SVEVIA


Nel dicembre del 1194 Costanza d'Altavilla, in viaggio attraverso la Marca d'Ancona per raggiungere in Sicilia il marito Enrico IV, fece sosta a Jesi. Qui, il giorno dopo Natale, dava alla luce Federico II. Poiché Costanza non era più giovanissima, per togliere ogni sospetto d'inganno, leggenda vuole che il parto avvenisse sotto un padiglione innalzato nell'attuale piazza del duomo, presenti baroni e gentildonne. Quattro anni dopo, a Palermo, in seguito all'improvvisa morte di Enrico IV, Federico II veniva incoronato re di Sicilia. Nel 1216 Jesi ghibellina tributava festose accoglienze a Federico II fermatosi nella nostra città durante un suo trasferimento in Germania. Si racconta che, per l'occasione, "fu innalzato in suo onore un arco di marmo nella piazza di San Floriano con bel­lissimo disegno e architettura, pieno di statue ed epitaffi, fra i quali alcuni dicevano: Natus est hic nobis Federicus II imper. sempre augustus et aesinae pa­triae pater scegliere tra rendere l'Esino navigabi­le, o beneficiare del titolo di città regia (gli jesini optarono per il titolo)
Nel 1216 Jesi ghibellina tributava festose accoglienze a Federico II fermatosi nella nostra città durante un suo trasferimento in Germania. Si racconta che, per l'occasione, "fu innalzato in suo onore un arco di marmo nella piazza di San Floriano con bel­lissimo disegno e architettura, pieno di statue ed epitaffi, fra i quali alcuni dicevano: Natus est hic nobis Federicus II imper. sempre augustus et aesinae pa­triae pater scegliere tra rendere l'Esino navigabi­le, o beneficiare del titolo di città regia (gli jesini optarono per il titolo). Federico II, re di Sicilia ed imperatore di Germa­nia, aveva stabilito a Palermo la sua corte, tra. In segno di gratitu­dine, Federico II avrebbe concesso alla città il privilegio di incoronare il leone rampante dello stemma jesino e dile più brillanti del mondo d'allora, centro di poeti e di artisti.


Ma i suoi rapporti con Gregorio IX si facevano sempre più critici, al punto che il papa lo scomunicò. Federico II, a dispetto del pontefice, si alleò con i musulmani e sposò Jolanda di Brienne, ultima erede al trono di Gerusalemme. E a Gerusalemme si fece incoronare re. In Italia, quale suo legato, aveva lasciato il duca Rinaldo di Spoleto che, a nome dell'impe­ratore, occupò la Marca di An­cona fino a Macerata, ma, scon­fitto poi dalle truppe pontificie, dovette ripiegare fino a Sulmo­na. Informato dei rovesci delle truppe imperiali, Federico II tornò in Italia ed inflisse all'esercito pontificio una dura sconfitta. Nel 1230 a San Germano veniva firmato un accordo: Federico II si impegnava a rispet­tare le libertà ecclesiastiche nel regno di Sicilia ed il papa to­glieva la scomunica a Federico II.
Grazie a quell'accordo, ci fu qualche anno di relativa calma, ma già nel 1234 le cose precipitavano di nuovo. Ad accendere la mic­cia fu Enrico, uno dei figli dell'im­peratore. Alleatosi ai Comuni dell'Alta Italia, Enrico si ribellò al padre, che lo raggiunse, lo affrontò, lo vinse e lo mandò prigioniero in Puglia. Federico II sconfisse anche alcuni dei Comuni ribelli: Vicenza, Padova e Berga­mo. Ma altri Co­muni, come Milano, non cedettero, anche per l'inter­vento del papa, che, accusando Federico II di essere venuto meno agli accordi di San Germano, il 20 marzo 1239 lo sco­municava di nuovo. Federico II incaricò allora l'altro figlio, Enzo, di impadronirsi della Marca di Ancona. Il papa gli mandò contro un esercito guidato dal cardinale Giovanni Co­lonna.


Nell'agosto di quell'anno Federico II indirizzava agli Jesini, tramite il figlio Enzo, una lettera per incitarli a schierarsi dalla sua parte. "Se il luogo nativo - diceva la lettera imperiale - è oggetto di spontaneo amore ed affetto indifferentemente da tutti gli uomini; se l'amore della patria natale spinge tutti con la sua dolcezza, né permette che ci si dimentichi di essa, noi, per la stessa ragio­ne e secondo natura, siamo por­tati ed avvinti (ad amare) Jesi, nobile città della Marca, insigne principio della nostra vita, ove l'illustre nostra madre ci ha dato alla luce, ove la nostra culla risplendette. Così che que­sta città, la nostra Betlemme, terra di Cesare e nostra origine, è incisa nella nostra mente e profondamente radicata nel nostro cuore. E tu, Betlemme, città della Marca, non sei la più piccola tra le grandi della nostra stirpe. Da te, infatti, è uscito il principe dell'impero romano, chiamato a reggere e proteggere il tuo popolo e a non permettere che tu debba ancora essere sottoposta ad un governo nemico. Sorgi, dunque, prima genitrice - concludeva Federico II - e scuoti l'ingiusta oppressione. Pertanto noi, sensibili alle vostre sofferenze e a quelle degli altri nostri fedeli, abbiamo deciso di liberare voi e gli altri nostri fedeli - sia della Marca che del ducato di Spoleto - dall'oppressione del nostro oltraggiatore. E poiché questi, per sua evidente ingratitudine, ha demeritato di noi e dell'impero, abbiamo stabilito di sciogliervi dal giuramento da voi - salvo il diritto dell'impero stesso - prestato alla Chiesa, mandandovi il nostro diletto figliolo".
Nell'ottobre dello stesso anno, Enzo, che si trovava accampato presso il fiume Musone, redigeva un diploma col quale confermava in perpetuo alla nostra città il Contado (v). E, insieme ad altre concessioni concedeva alla città di avere un porto sul mare, liberum et absolutum, dovunque le fosse piaciuto per tutta la giurisdizione dell'impero nella Marca. La presa di posizione a fianco dell'imperatore comportò per tutti gli Jesini la scomunica papale. Nel frattanto il pontefice aveva convocato il concilio. Poiché Federico II aveva tentato di impedirlo marciando su Ro ma col suo esercito, il concilio si tenne a Lione, in Francia, ove il papa si era trasferito. In quella sede Federico II venne riconosciuto spergiuro, eretico e ribelle e, in quanto tale, scomunicato per la terza volta; i suoi sudditi furono sciolti dal giuramento di fedeltà. Gli Jesini rimasero comunque fedeli all'imperatore econtinuarono a combattere sotto le sue insegne, agli ordini di Roberto di Castiglione, rimediandoci così una nuova scomunica, che questa volta non risparmiò neppure il Capitolo della cattedrale, come risulta da una lettera del 30 maggio 1247 di papa Innocenzo IV. La diocesi di Jesi in quel periodo restò senza vescovo. La guerra tra pontifici ed imperiali raggiunse la fase più acuta tra la fine del 1247 e l'inizio del 1248. L'armata imperiale era formata da saraceni, truppe di Macerata, Jesi, Senigallia, Matelica ed Osimo. Erano invece allineate con le truppe pontificie Ancona, Camerino e Recanati. La battaglia, svoltasi tra Osimo e Civitanova, si risolse in una grave sconfitta per le truppe pontificie. I guelfi lasciarono sul campo più di quattromila morti. Tutte le città delle Marche erano ora sotto il dominio di Federico II. Il 1248 segnò, tuttavia, anche il principio della fine dell'imperatore svevo, che subì una pesante sconfitta a Parma, seguita da un altro grave smacco a Fossalta, dove Enzo usciva battuto in campo aperto dai Bolognesi. Lo stesso imperatore, mentre si trovava nel castello di Ferentino, presso Lucera (Puglia) e si preparava a respingere le armate papali dell'Italia meridionale, veniva colto da violente febbri. Moriva il 13 dicembre del 1250.
Fonte: Giuseppe Luconi  e Paola Cocola, Conoscere Jesi - Guida alla conoscenza delle persone e delle cose, della storia e delle tradizioni della tua città, 2007.

APPROFONDIMENTI
- Documentario, Federico II di Svevia, Stupor Mundi (parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6, parte 7)