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CONTADO
Era, inizialmente, il territorio rurale sul quale il conte esercitava il suo potere; poi fu chiamato contado tutto il territorio soggetto ad una città e comitativi erano detti gli abitanti del contado. Quando, dopo il Mille, si costituì in Libero Comune una specie di stato autonomo (sarà detta anche Repubblica Jesina) – Jesi si preoccupò di allargare i propri confini. Lo richiedevano esigenze economiche e militari; quindi, "non tanto come desiderio di predominio, quanto come diretta necessita di sopravvivenza". L'espansione iniziò attorno al 1190 allorché i Benedettini di San Giovanni di Arcignano cedettero a Jesi Belvedere. Nel 1194 fu Trasmondo, conte di Morro (Castelbellino), a sottomettersi a Jesi e tre anni dopo furono ancora i monaci a cederle la villa di Musiano (Monsano). Nello stesso periodo passò sotto Jesi anche Monteroberto, mentre la badia di Santa Maria in Castagnola (Chiaravalle) trasferiva agli jesini la giurisdizione su una parte del suo vasto territorio. Nel 1201 si sottomettevano alla nostra città i castelli di Ripe (Santa Maria Nuova) e di Moje e i conti di Accola. Nel 1211 il monastero di Santa Maria del Piano, che aveva giurisdizione su un vastissimo territorio, cedeva al nostro podestà "tutti gli uomini e vassalli che si contenevano e si sarebbero contenuti tra la Nevola e il Musone". Nel 1213 Senigallia donava a Jesi i castelli di Morro d'Alba, Albarello e Monte San Vito. Tre anni dopo entrava a far parte del nostro Contado Montemarciano. In quegli anni si avevano anche le sottomissioni di San Paolo (San Paolo di Jesi) e di Poggio Cupro. Nel 1219 si collegavano a Jesi i castelli di Sant'Urbano, Montereturri (Monte delle Torri, presso Santa Maria Nuova), la villa di Garzano e una parte del castello di Retorscio. Nel 1226 fu la volta di Massaccio (Cupramontana), l'anno dopo di Apiro, nel 1230 di Sasso, nel 1231 di Serra San Quirico. Il 26 agosto del 1234 centoventinove capifamiglia sottoscrivevano l'impegno di trasferirsi nel nuovo paese di San Marcello e di stabilirvisi, in cambio della cittadinanza jesina. Nel 1237 il Comune di Jesi ed il monastero di Santa Maria in Castagnola concordavano la spartizione della selva che assicurava alla nostra città il sospirato sbocco al mare: un tratto di spiaggia "dalla foce del fiume Esino all'altezza del borgo di Casebruciate" (Marina di Montemarciano); a questo periodo si fa risalire la costruzione di Rocca Priora. Nel 1248 si sottomisero a Jesi Montecarotto, Serra de' Conti, Corinaldo, Mergo, la villa Tessenaria; l'anno dopo Staffolo, Montalboddo (Ostra), Montenovo (Ostra Vetere) e il castello di Storaco. A quel periodo risalgono anche le sottomissioni di Rosora, Scisciano e del Castello di Boccalone. Nel 1257 si sottomettevano il castello di Barbara, la villa di San Martino (presso Ostra), poco più tardi Domo. Nel 1261 si sottomettevano Maiolati e Poggio San Marcello. A questo punto Jesi aveva toccato il massimo della sua espansione: la Repubblica Jesina aveva sotto il suo dominio una quarantina fra castelli e ville: Accola, Apiro, Barbara, Belvedere, Castelbellino, Castelplanio, Corinaldo, Cupramontana, Domo, Maiolati, Mergo, Moje, Monsano, Montecarotto, Montereturri, Monteroberto, Monte San Vito, Mrro d'Alba, Ostra, Ostra Vetere, Poggio Cupro, Poggio San Marcello, Rosora, Rotorscio, Rovgliano, Rovellone, San Marcello, San Martino, San Paolo di Jesi, Santa Maria Nuova, Sant'Urbano, Scisciano, Serra de' Conti, Serra San Quirico, Staffolo, Storaco, Tessenaria, oltre ad una larga parte del territorio di Chiaravalle fino a Rocca Priora. Le popolazioni del Contado erano tenute a testimoniare la loro sudditanza a Jesi in occasione della presentazione del Palio di San Floriano, che si teneva ogni anno il 4 maggio. Dopo il 1261, anche per il tramonto della potenza imperiale (Federico II), cessò l'espansione di Jesi e il suo Contado si avviò verso un graduale ridimensionamento. Nel 1262 il castello di Storace veniva sottratto a Jesi e restituito al Contado di Osimo. L'anno dopo anche Staffolo veniva assegnato agli Osimani. Gli Jesini, che nel 1277 facevano proprio Colmontano (tra Moie e Montecarotto), cercarono di risalire la corrente sul finire del secolo: nel 1293 riottenevano la soggezione di Staffolo, sottraendo agli Osimani anche il castello di Tornazzano. All'inizio del nuovo secolo definivano le sottomissioni di Castelplanio, Montecarotto e Poggio San Marcello, quindi rientravano in possesso di Alborello (1306) e Montemarciano (1314). Era il loro colpo di coda, "perché il Contado era avviato a rientrare entro i confini del suo Episcopatus", cioè del suo territorio diocesano. Uscivano infatti dal Contado jesino Rocca Priora (1325), presa dagli Anconetani, Montemarciano (1348), occupata dai Malatesta, Serra de' Conti (1354) e Corinaldo (1357), dichiarate immediatamente soggette alla Santa Sede, Apiro (1359), Monte San Vito e Albarello (1377). Uscirono anche Serra San Quirico e Ostra Vetere. Jesi, tutt'altro che rassegnata a vedersi privata di una notevole parte di territorio, ricorse alle armi e alla diplomazia per rientrarne in possesso: uscì sempre vittoriosa con le prime ma sempre sconfitta dalla seconda, perché Ancona, sua secolare rivale, aveva un peso maggiore presso l'autorità di Roma. Attorno alla metà del 1400, dunque, il Contado di Jesi era ormai definitivamente formato. Comprendeva Belvedere, Castelbellino, Castelplanio, Cupramontana, Maiolati, Monsano, Montecarotto, Monteroberto, Mono d'Alba, Poggio Cupro, Poggio San Marcello, Rosora, San Marcello, San Paolo di Jesi, Santa Maria Nuova e Scisciano. I termini di sudditanza vennero definiti dagli Jesini nei nuovi statuti del 1488: ogni castello, villa e comunità del Contado e del distretto di Jesi doveva "rispondere, obbedire e rispettare il Comune di Jesi, il podestà, il suo magistrato e i loro ordini"; per chi si fosse rifiutato di obbedire era prevista la condanna a morte. E se a ribellarsi fosse stato un castello, questo sarebbe stato "abbattuto e distrutto dalle fondamenta"; castelli, fortezze, case e ville che avessero manifestato aperta insubordinazione sarebbero stati dati alle fiamme. L'11 giugno del 1504 veniva decretato, "con imposizione di pena, che tutte le castella, in contrassegno di soggezione e riconoscenza di dominio", dovessero innalzare sulle porte principali lo stemma di Jesi. La città intendeva far sentire il peso della sua autorità: in realtà erano le maggiori famiglie jesine (alcune delle quali originarie dello stesso Contado), che nel frattempo avevano assunto il governo della città, a calcare la mano, per "controllare e indirizzare a loro profitto ogni risorsa del vasto e fertile comprensorio della Vallesina", scaricando peraltro sul Contado le maggiori spese e i tributi più pesanti. Fu proprio a causa delle collette, cioè delle tasse, che i rapporti tra città e Contado, peraltro mai idilliaci, si inasprirono fino a degenerare in una aspra e diuturna lite che passò sotto il nome di "Aesina collectarum" e che si trascinò per almeno due secoli e mezzo (dal 1510 fin oltre la metà del XVIII secolo). Il Contado, che "per secoli non si stancò di lottare per ottenere l'annullamento dei vincoli della sua soggezione", perse tuttavia la sua battaglia per l'indipendenza: "la sconfitta venne sancita nel 1576 da un lodo, con l'arbitrato del governatore della Marca, che riconosceva il governo della città sul Contado e obbligava questo a pagare tributi, giurare fedeltà e ad offrire i pallii". Sulle discordie tra città e Contado intervenne anche Sisto V che, 1'8 luglio del 1589 emanò il cosiddetto Breve di Concordia, col quale fissava la nuova ripartizione delle spese e delle tasse a carico dell'una e dell'altro, riaffermando la sudditanza del secondo alla prima. Anche se questo Breve fu accolto dalle due parti con segni di grande letizia, la "guerra delle collette" continuò ad essere motivo di profondo turbamento all'interno della comunità, fino a che non esplose un'altra lite, detta "Aesina Habitus", ma più popolarmente nota come della pezza rossa. Sorse nel 1738 sull'abito magistrale, col quale i priori di città, molto meschinamente, volevano distinguersi da quelli del Contado, ed ebbe ingloriosamente termine nel 1752 allorché Benedetto XIV, con Breve del 21 luglio, diede soddisfazione alla presunzione dei nobili jesini. Lo stesso pontefice, meno di tre mesi prima, aveva posto fine alla "ostinata e dispendiosissima lite della celebre causa intitolata "Aesina collectarum". Il periodo napoleonico segnò la fine del Contado jesino: il 4 maggio del 1808 fu l'ultimo in cui in piazza San Floriano sventolarono i pallii dei castelli. Sette giorni dopo la Marca di Ancona ed il Ducato di Urbino venivano incorporati al Regno Italico, e così spariva per sempre l'antico Libero Comune jesino. La nobiltà locale sperò di rientrare in possesso dei castelli approfittando del tentativo insurrezionale del 1831 contro il governo pontificio: il 15 febbraio la Municipalità jesina faceva sapere alla popolazione di aver ricevuto dal comandante dei rivoluzionari, colonnello Sercognani, "l'annunzio di vedere riunita l'antichissima famiglia di Jesi nella sua città e Contado". Ma la speranza restò tale.
Fonte: Giuseppe Luconi  e Paola Cocola, Conoscere Jesi - Guida alla conoscenza delle persone e delle cose, della storia e delle tradizioni della tua città, 2007.