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Tornato a Jesi nel 1491, partecipò
alle attività del Comune (nel 1492
fu
nominato capitano di Belvedere). Nel 1497 ottenne a Roma la carica di Abbreviatore della Maggiore Presidenza,
che gli consentiva di starsene a Jesi servendosi di un sostituto. L'anno dopo,
nominato ambasciatore del nostro Comune presso Alessandro VI, si
trasferì a
Roma, dove ottenne vari incarichi, tra i quali quelli di Procuratore della Sacra Penitenzeria, di Sollecitatore delle Lettere Apostoliche, di Maestro del Registro delle Bolle e di Notaio della Camera Apostolica. Conoscitore perfetto della lingua
latina, filosofo, matematico, teologo, a Roma strinse amicizia con
tutti i
letterati che passavano alla corte pontificia e a Roma istituì
l'Accademia Coloziana, che ben presto
divenne "celeberrima per gli illustri nomi che vi erano iscritti":
nella sua villa romana - conosciuta con il nome di Hor tulus ad aquam virginem - raccolse una ricca libreria fornita
di antichi codici, un museo di medaglie, di iscrizioni, di statue,
"onde
andarono celebri gli Orti già sallustiani", detti poi Orti Coloziani.
Il 3 dicembre del 1505 il senato lo iscriveva tra i patrizi di Roma; lo
stesso
anno gli jesini gli conferivano l'incarico di riformare gli statuti
della città.
Nel 1513 Leone X lo nominava suo segreta rio delle lettere latine. Fu
quello il
suo periodo migliore, che subì un primo scossone nel 1517, allorché gli
furono arse le sue case durante il Sacco di Jesi. Rimasto vedovo, indossò l'abito
religioso.
Nel 1521 Leone X lo designò successore del vescovo di Nocera Umbra. Dal
1521 al
1531 fu anche canonico della cattedrale di Jesi. In attesa che si
rendesse
vacante la sede di Nocera, nel febbraio del 1523 fu inviato da Adriano
VI ad
Ascoli Piceno quale governatore. Rientrato
nella capitale, subì forse la prova più dolorosa: con il sacco di Roma, anche la sua villa fu saccheggiata e
incendiata
dalle orde del
Borbone. Furono
devastati pure i suoi giardini e distrutto
l'intero patrimonio storico ed artistico della sua Accademia. Egli
stesso, per
riscattare la propria persona, dovette pagare una grossa taglia.
Ammalato e addolorato,
rientrò a Jesi, dove si trattenne per qualche tempo. Nel 1537 prese
possesso
della diocesi di Nocera Umbra, dove tuttavia non si recò subito e
stette
pochissimo, costretto quasi
sempre a
letto ammalato. Nel
1545, dopo aver rinunciato alla diocesi di Nocera a
favore del nipote Girolamo Mannelli da Roccacontrada, tornò
definitivamente a
Roma, con l'incarico, avuto sette anni prima da Paolo III, di tesoriere
generale. E a Roma morì il 1° maggio del 1549. Lasciò un gran numero di
opere,
per lo più inedite, sia in italiano che in latino, in prosa e in versi,
per la
maggior parte conservati nella bliblioteca vaticana. Aveva scritto
anche un
vocabolario della lingua italiana, una grammatica e due romanzi.
Accademia Colozziana - Venne istituita a Roma, attorno
all'an- no 1500, da Angelo Colocci.
Aveva sede nella villa di proprietà del Colocci costruita sui resti
degli
antichi Horti
Sallustiani (presso
la
fontana di Trevi) i quali, come l'Accademia, dal nome dello jesino,
vennero
detti Orti Coloziani. Il Colocci arricchì
casa e giardino di una libreria fornita di antichi codici, un museo di
medaglie, statue e antiche iscrizioni greche e latine. All'Accademia
erano
iscritti "i più illustri ingegni del tempo": poeti e letterati,
rappresentanti della cultura, dell'arte e delle lettere. Gli accademici
si
intrattenevano "in amichevoli conviti,
in piacevoli parlari e in letterarie
esercitazioni", ricevendo dal Colocci "incoraggiamenti e sovvenzioni
per portare a termine le loro ricerche e pubblicarne i risultati". Nel
sacco di Roma del 1527 la villa fu devastata e parte del prezioso
materiale che
vi era raccolto andò perduto; il resto si trova oggi nella biblioteca
vaticana.
Orti Coloziani - Vennero
così detti i giardini che anticamente erano stati gli Horti
Sallustiani e che il grande umanista jesino Angelo Colocci
aveva acquistato circa l'anno 1500. Più precisamente, era una delle più
belle
ville di Roma, tra il Quirinale e il Pincio, presso la fontana di
Trevi.
Colocci, che vi fece costruire anche una fonte ("certamente la più
celebrata dai poeti e dai letterati di quell'epoca"), la arricchì di
una
biblioteca e di un museo e ne fece la sede dell'Accademia Coloziana.
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