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BALIGANI TANO
Tano o Gaetano,“uno del personaggi di più spiccata levatura militare e politica nella storia di Jesi”, seppure di instabil natura, dal momento che passò dalla fazione ghibellina a quella guelfa. Figlio del ghibellino Filippuccio, riprese le ostilità nel 1305, dopo che tre anni prima Baligani e Simonetti, in guerra tra loro per il possesso di Jesi, avevano concluso la pace. Appoggiandosi ai Malatesta, Tano tentò di riconquistare Jesi e sottrarla ai Simonetti, capi guelfi della città, ma non ebbe fortuna e dovette scappare. Per questa sua ribellione, venne condannato a pene pecuniarie, confisca dei beni e pena capitale. Due anni dopo comandava, per conto dei Malatesta, la piazzaforte di Senigallia, contro la quale si rivolse l’esercito guelfo agli ordini di Gerardo De Tastis, maresciallo della Chiesa. In aiuto di quest’ultimo, Jesi inviò fanti e cavalieri. Il De Tastis decise l’assalto di Senigallia su due lati, affidando agli jesini quello più munito. La battaglia si svolse nel maggio del 1307. Gli esini “salirono tanto animosamente su per le scale appoggiate già alle mura che in breve spazio di tempo, ammazzati i difensori, ne scacciarono, con l’aiuto del restante delle genti del pontefice, tutto il presidio del Malatesta”. Lo stesso Tano cadde prigioniero degli Jesini, i quali tuttavia, “per non parere di aver fatto prigioniero un loro cittadino, gli mostrarono il modo di fuggire”. E Tano, forse anche perché memore del riguardo riservatogli, dopo aver militato con successo in Toscana combattendo contro i ghibellini di Arezzo, divenne l’anima dei guelfi della Marca. Nel 1318 difese la città di Osimo dall’assalto dei ghibellini. Nel 1320 finalmente coronò il suo sogno, conquistando Jesi ed affermandovi la sua Signoria. Il 18 giugno del 1326, in territorio di Roccacontrada (Arcevia) batteva il suo più feroce rivale, Lomo di Rinaldo Simonetti. In luglio, con l’aiuto dei Malatesta, che pure avevano cambiato campo, accorse in difesa del castello di Morro (Castelbellino), minacciato dai ghibellini di Fabriano e, “sorpresi i nemici, li tagliò a pezzi”. L’anno dopo sconfisse di nuovo gli stessi ghibellini presso il castello di Fornoli, nella quale i Fabrianesi ebbero più di trecento morti e quattrocento prigionieri. Decisi a riscattarsi, i ghibellini si coalizzarono. Lo stesso anno, guidati da Nicolò Bisaccioni, tentarono di riavere Jesi con un improvviso assalto notturno, che però fallì. Assediarono allora e a lungo la città, aiutati anche dai Fermani, ma senza successo. Ci riprovarono l’anno seguente, con l’appoggio delle truppe del conte di Chiaramonte e dei ghibellini di Osimo e di Fermo. L’attacco venne portato ai primi di marzo; si combatté furiosamente per tre giorni e probabilmente i difensori avrebbero avuto ragione se gli assedianti, “per tradimento, non avessero avuto in mano i borghi” della città. Tano uscì allora ”con pochi e fidati amici dalla rocca, affrontando valorosamente gli assalitori e sul principio sgominandoli. E già la vittoria gli arrideva quando nel calore della mischia, essendosi trasportato lungi dai suoi, fu accerchiato dai nemici e preso”. L’8 marzo, su sentenza, del Chiaramonte, Tano venne decapitato in piazza San Giorgio (oggi Federico II). Il capo d’accusa per cui Tano perse la testa è diversamente illustrato dagli storici. Alcuni dei quali vogliono che Tano, reo confesso, venisse giudicato per aver macchinato ai danni di Firenze ghibellina per instaurarvi la sua dittatura; altri sono del parere che fu mandato a morte, più verosimilmente, “in quanto nemico e ribelle dell’impero”. Al tempo della sua morte “doveva avere dai 48 ai 58 anni”.
Fonte: Giuseppe Luconi  e Paola Cocola, Conoscere Jesi - Guida alla conoscenza delle persone e delle cose, della storia e delle tradizioni della tua città, 2007.